Un mirabile punto di incontro e fusione fra uomo, arte, sacralità e ambiente l’ho trovato in un artista italiano, da poco scomparso: Giuliano Mauri. La sua fama e notorietà è dovuta alle sue numerose creazioni naturali, spesso di proporzioni monumentali.
Si considerava scultore dell’arte nella natura e amava trasformare i propri sogni e idee in realtà, interagendo con la natura per trovare un punto d’accordo con essa e cercare di costruire delle opere d’arte che non forzino l’essenza degli elementi.
La tecnologia a cui l’artista si affidava è quella primaria e naturale della mano-cuore-mente.
Parlando di sé, Giuliano Mauri diceva: “costruisco scale, mulini, case, ponti, giostre, cattedrali, isole, boschi, cieli… Se mi chiedono che lavoro faccio, rispondo che credo di essere un bravo carpentiere. Sono molto bravo a tagliare il legname, a capire i meccanismi della costruzione”.
Meravigliosa è la sua Cattedrale Vegetale, uno spazio sacro concepito a cielo aperto e realizzato in soli 5 mesi (maggio – agosto 2010), utilizzando legno proveniente esclusivamente dai boschi limitrofi delle Orobie Bergamasche. “Questa opera d’arte è anche un esempio del valore etico dell’architettura. Gli innumerevoli scorci prospettici che offre al visitatore verso gli scenari incantati della montagna, il silenzio ascetico e introspettivo dell’ambientazione, l’esperienza diretta dei processi della natura di cui è teatro (la valenza simbolica dell’albero e delle sue parti grazie ai quali ci si interroga sui processi della natura), valgono a questo pezzo di paradiso l’appellativo di tempio sacro: non solo come spazio di meditazione, ma anche come luogo di tregua o di aggregazione, come palcoscenico sublime ed allegorico, mai uguale a se stesso con il variare delle stagioni” (Barbara Brunetti)
Ora, dopo la morte di Giuliano Mauri, il Comune di Lodi sta dando vita a un progetto per ripercorrere i passaggi e le opere dell’artista, partendo dalle sue poetiche tele raffiguranti persone emarginate, fino ad arrivare alle sue Cattedrali: in natura e all’interno della ex chiesa di San Carpoforo, Milano.
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