Esplorando le emozioni del conflitto

Fra tutte le emozioni primarie e secondarie che possono emergere nella dinamica del conflitto, tre sono quelle che svolgono un ruolo cardine: la rabbia, la paura, la tristezza.

Secondo l’autorevole studioso di emozioni Paul Ekman, la rabbia nasce in noi quando incontriamo un ostacolo al raggiungimento di un obiettivo. Insieme a questa visione, un’altra visione si è fatta strada nell’ambito della mediazione e dei conflitti: la rabbia come percezione di un senso di ingiustizia a seguito di uno stimolo-attacco. Esso può nascere in noi come un meccanismo di autodifesa o autoaffermazione quando:

• qualcuno ci manca di rispetto perché ci offende, ci prende in giro, tradisce la nostra fiducia, o ci passa avanti in una fila;

• non ci sentiamo riconosciuti, in tutte le sfumature in cui questo può accadere: non accettati, non ascoltati, non valorizzati, manipolati, etc.

• quando eventi che non dipendono da noi portano a slittare i nostri progetti, ad esempio se ero convinto di continuare a lavorare nello stesso ruolo aziendale, ma un cambio di management contrae le mie funzioni. In questo caso potrei provare rabbia come la intende Ekman, come un’emozione di reazione rispetto al raggiungimento di un obiettivo.

È un fenomeno soggettivo, la nostra personale risposta emotiva a un evento che sta accadendo nella nostra vita, sia esso un evento “oggettivo” (a esempio, sono in procinto di perdere il mio lavoro), sia esso un evento immaginato (credo che il mio collega voglia “farmi le scarpe”). La rabbia, è anche un “motore”. È un’emozione che ha a che fare con l’istinto di sopravvivenza, qualcosa che ci muove quando sentiamo “puzza di bruciato”. Sento che l’altro non mi sta rispettando o impedisce la mia crescita e mi arrabbio, perché noi esseri umani siamo fatti per essere rispettati, amati, per vivere liberamente e pienamente, per realizzare il nostro potenziale. E allora, se percepiamo, sottilmente, degli ostacoli a questo, anche qualora non fossimo pienamente consapevoli di quello che sta accadendo, sentiamo rabbia. Nel termine percezione è racchiusa tutta la soggettività di questo sentire. Non è detto che stia accadendo nella “realtà” ma io lo percepisco così, appartiene alla mia realtà. Questo sentire mi pone al centro della questione, ma è importante valutare adeguatamente la situazione per verificare se ci sono pezzi del mio sentire che coincidono con la “realtà” degli altri.

Il discorso sull’emozione della paura, risente della solidità degli ampi studi su questo tema (dalla fisiologia alle neuroscienze, alla psicologia) che sono approdati ad un discorso condiviso all’interno della comunità scientifica e delle nostre rappresentazioni quotidiane. La paura può essere vista la reazione ad un evento/stimolo percepito come pericoloso.

Quando ci troviamo di fronte a situazioni di pericolo, tutte le energie vengono dirottate dalle funzioni superiori del cervello (quelle che presiedono a funzioni complesse come leggere, parlare, interpretare, ricordare) verso funzioni di attivazione immediata dell’organismo (muovere il corpo per fuggire, per esempio, o paralizzarci, in un tentativo di mimesi con l’ambiente), al fine di salvarci la pelle. Si tratta di un meccanismo perfetto, primitivo. Mentre è già partita la risposta immediata all’evento-stimolo, parte un altro tipo di reazione che coinvolge la parte razionale del cervello, permettendo una valutazione più adeguata della situazione. Durante questo processo, il primo dei quali si attiva in circa 12 millesimi di secondo e quello successivo, in circa 24 millesimi di secondo (una velocità che non riusciamo a percepire a livello conscio), nel nostro corpo accadono delle reazioni chimiche. Quando l’amigdala percepisce una situazione di allarme rilascia nel nostro cervello una sostanza, chiamata CFR (Corticotropin Realising Factor, fattore liberante corticotropina) e poi una serie di ormoni, principalmente il cortisolo. Questi ormoni servono ad attivare il corpo per dare vita a una reazione. L’essere umano è programmato per tollerare queste sostanze fino a una certa soglia, ma se si vivono costantemente episodi di percezione di pericolo, se il soggetto si percepisce sempre in stato di allarme, l’organismo secerne continuamente ormoni e si intossica.

La paura ha a che fare col bisogno di sicurezza. Il mondo in cui viviamo oggi viene percepito come molto pericoloso. Non è un caso, dunque, che soffriamo tutti d’ansia. Anche qui è molto sottile la linea di demarcazione fra quello che sento “dentro” e quello che sta accadendo “nella realtà”, vale a dire quello che sta agendo una persona verso di me o un evento che può avere un impatto concreto e destabilizzante nella mia vita. Il mio collega sta davvero cercando di “farmi le scarpe”? La mia azienda sta davvero operando dei tagli del personale nei quali potrei rientrare anch’io? Ma “mettere le cose a terra”, vale a dire nominare la paura, darle un posto dentro di noi e farle fare i conti con dei pezzi di realtà che si ancora al mondo degli altri, ci aiuta a essere più concreti e a trovare la forza per affrontare le situazioni difficili. C’è bisogno di dare un tempo alle relazioni per affrontare il tema della paura, perché da emozione funzionale alla sopravvivenza non diventi tensione permanente, ansia, panico.

E, infine, fra le emozioni primarie del conflitto vi è la tristezza, che ha a che fare col percepire la perdita e che per Ekman, è “una delle emozioni più durature”. “Molti tipi di perdita possono innestare la tristezza: essere respinti da un amico o un innamorato; perdere l’autostima a seguito di un fallimento sul lavoro; perdere l’ammirazione o la stima di un superiore; perdere la salute; l’asportazione di una parte del corpo o una perdita funzionale a seguito di una malattia o di un incidente; per qualcuno, perdere un oggetto tenuto in gran conto. Sempre Ekman, proseguendo, sostiene che i termini che indicano la tristezza sono diversi e come si potrà vedere dalla sua presentazione, essi contengono anche stati d’animo più lunghi dell’attivazione emotiva che propriamente chiamiamo tristezza e appaiono, inoltre, mescolate più emozioni e stati d’animo fra loro. I termini a cui allude sono: “turbato, deluso, avvilito, malinconico, depresso, scoraggiato, disperato, oppresso, impotente, prostrato, infelice”.

Infine, Ekman e Friesen operano la distinzione fra la “tristezza” e il “tormento”, dove la prima sembra contenere “più rassegnazione e senso di impotenza”, mentre nel tormento vi è “ribellione”.

È interessante notare come vi siano richiami e collegamenti all’Ayurveda, antica medicina indiana che si basa sulla profonda conoscenza del corpo e della sua relazione con la mente e con lo spirito.

L’ayurveda insegna che l’uomo si compone di un miscuglio di materia ed antimateria e il benessere fisico e mentale è il frutto della costante interazione di questi aspetti.

Considera le emozioni collegate alla mente, che influenzano gli organi del corpo. Le emozioni negative che reprimiamo e non elaboriamo non possono uscire, si accumulano negli organi e possono causare stress agli organi stessi, attraverso forme di tossicità, o blocchi energetici.

Questi blocchi, derivanti da emozioni represse o mal gestite, come rabbia, paura, tristezza, interferiscono con il libero flusso del Prana (energia vitale), contribuendo a squilibri nei dosha Vata, Pitta, Kapha.

I dosha Vata, Pitta e Kapha sono considerati tre bioenergie che governano il funzionamento della sostanza materiale e immateriale di cui l’uomo si compone, costituita dalla combinazione degli elementi di etere, aria, fuoco, acqua e terra.

  • Vata: letteralmente significa “vento” o “ciò che muove tutte le cose”. Quando Vata è equilibrato, siamo positivi e pieni di capacità come creatività, gioia, intuizione, espansività, chiaroveggenza e profonda comprensione spirituale. Quando Vata è aggravato, arrivano sentimenti di paura e ansia. squilibrato può manifestarsi con insonnia e pensieri ossessivi.

  • Pitta: in sanscrito significa ‘bile’ e deriva dalla parola ‘tap’ che evoca ‘la trasformazione delle cose’, ‘cuocere’ e ‘riscaldare’. E’ l’energia del metabolismo, associata all’elemento Fuoco. Questa energia governa la digestione, la produzione di energia a livello cellulare. Quando è in equilibrio, Pitta conferisce un incarnato luminoso e una vitalità contagiosa. Squilibrato porta a rabbia, frustrazione e stress da perfezionismo

  • Kapha: significa “ciò che tiene attaccato le cose”– E’ il dosha responsabile della nostra calma emotiva, della resistenza fisica e mentale, e ci permette di sentire profondamente, di provare empatia e di essere pazienti e compassionevoli. Squilibrato genera apatia, tristezza e attaccamento eccessivo, avidità, odio e invidia.

Carla Severini, pedagogista

Om, grazie

Per approfondimenti bibliografici: Ivana Danisi- Dal conflitto al confronto- UNIVERONA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *