I miei studi come pedagogista mi hanno portata ad avvicinarmi sempre più al mondo della natura, riconoscendo in essa ispirazione, realtà e grande maestra di vita. Per comprenderne le sue radici più profonde, ho svolto lo studio che presento in questo scritto.
“Nell’incontro tra cielo e terra ci sono le piante, sagge compagne di viaggio nell’avventura imprevedibile dell’evoluzione”.
In the meeting between sky and earth there are plants, wise companions on the journey in the unpredictable adventure of evolution.
Per molto tempo sono stata portata a pensare all’intelligenza come esclusiva capacità umana, frutto di un organo, il cervello, che produce pensiero e che nel corso dell’evoluzione si è via via raffinato.
Una delle mutazioni genetiche casuali, che hanno reso possibile lo sviluppo del cervello umano, è stato quando abbiamo raggiunto la posizione eretta: liberate le mani abbiamo potuto investire il surplus di energia nel cervello in quanto non più utilizzate per l’andatura a quattro zampe.
Questa visione così antropocentrica ha cominciato ad essere messa in discussione quando si è iniziato a studiare il comportamento degli animali. Ricorderemo i numerosi esperimenti degli animali nei labirinti, alla misurazione dei tempi di percorrenza e alle strategia di acquisizione del cibo.
Fino a pochi anni fa gli organismi vegetali erano totalmente esclusi da questi ragionamenti perché privi di cervello. Eppure le piante, pur non avendo un cervello, sono esseri straordinariamente intelligenti. Di questa intelligenza ci parla Stefano Mancuso, etologo vegetale, studioso delle abitudini e comportamenti delle piante. E’ grazie ai suoi studi che si comincia a prospettare un modo nuovo di conoscere il mondo delle piante.
Cosa sono in grado di fare? Come si comportano? Come si organizzano?
Nei vari esperimenti condotti dal Prof. Mancuso nei suoi laboratori si è scoperto che anche le piante riescono a percorrere un labirinto. Le radici per esempio scelgono le strade più brevi, aggirano intenzionalmente gli ostacoli che incontrano, e non sbagliano mai a differenza degli uomini ai quali viene corrisposto un indice medio di errore pari al 70% .
Allora il dott. Mancuso ci invita a riflettere sulla definizione di intelligenza e ci dice che escludere le piante dagli esseri intelligenti è un assurdo evoluzionistico.
Tutta la vita è concentrata nel 96% nella biosfera, uno strato di 20 km. Il 97,5% della biosfera è composta da piante.
E’ dunque un assurdo evoluzionistico perché equivarrebbe a dire che il 99% della vita che abita la Terra è fatto di macchine organiche stupide che rispondo in modo preordinato agli stimoli dell’ambiente.
Questa posizione di assurdo evoluzionistico risulta debole, insostenibile perché la vita per definizione non può essere stupida, ma ogni forma di vita ha una sua intelligenza, cioè ogni organismo presenta dei modi per risolvere i problemi che incontra, rispondendo all’ambiente per sopravvivere proprio come facciamo noi esseri umani.
Ecco che Mancuso ci offre una definizione ecologica dell’intelligenza intesa come la capacità di risolvere problemi, capacità che possiedono anche le piante.
Le piante risolvono i problemi in modo efficiente pur rimanendo ferme, e questo è una prospettiva straordinaria se pensiamo al fatto che uomini e animali ricorrono tendenzialmente al movimento per risolvere un problema o per lo più ricorrono allo spostamento per evitare il problema. Pensiamo alla fuga. Ricorrendo al movimento solitamente ci muoviamo in fretta e così la velocità è diventato il parametro di riferimento per il successo.
Da qui abbiamo fatto dello spostamento rapido, e del muoversi nel minor tempo possibile il principio fondamentale di sopravvivenza della nostra specie.
Il tempo delle piante è ben diverso dal nostro. E’ un tempo lento, molto lento. Basti pensare che l’ organismo vivente più antico sulla Terra è un abete bianco di 9800 anni che vive in Svezia e questo ha portato l’organismo a evolversi, adattandosi su tempi molto lunghi.
Non potendo spostarsi la priorità delle piante non è la velocità, ma la resistenza alla predazione.
Questa condizione fa delle piante organismi molto più sensibili rispetto agli animali: spostandoci non abbiamo bisogno della raffinata capacità di comprendere prima; una pianta, invece, può resistere solo sentendo con grande anticipo per modificare la propria anatomia e fisiologia. Cosa che gli animali non possono fare.
C’è un altro aspetto importante da considerare: non potendo spostarsi, come farebbero a sopravvivere alla predazione se avessero la nostra stessa costruzione? Ossia un cuore solo, un cervello solo, uno stomaco solo?
Noi uomini siamo in-dividui, cioè siamo esseri non divisibili, non possiamo essere tagliati in due, moriremmo. Le piante invece possono essere tagliate in più parti perché non hanno organi specializzati: sopravvivono anche se l’80% del loro corpo viene danneggiato e disperso in quanto le piante hanno diffuso su tutto il corpo quelle funzioni che noi abbiamo concentrate negli organi.
Le piante sentono, vedono, respirano con tutto il corpo, tutti i processi sono strettamente interdipendenti secondo un principio di intelligenza distributiva.
Esse percepiscono come se avessero 15 sensi, percepiscono il ph, l’acqua, i campi elettrici ed elettromagnetici, i gradienti chimici. Una pianta può percepire a distanza anche microgrammi di ingredienti chimici. Per le piante, ad esempio, l’azoto è un alimento molto importante e una radice è in grado di percepirlo a decine di metri.
Le piante avvertono le vibrazioni tra i 100 hz e i 1000 hz, in particolare percepiscono i 200 hz perchè è la frequenza dello spettro dell’acqua che corre. Sentono il rumore, non percepiscono la musica e producono suoni con le radici, denominati click click sound, non udibili all’uomo.
Nelle radici si colloca il cervello diffuso delle piante.
Gli studi ci rivelano anche che le piante sono capaci di strategie adattive e comportamenti imitativi.
Il riso, per esempio, ha quattro volte più geni dell’uomo. Il riso è dunque quattro volte più complesso dell’uomo. Noi uomini siamo, perciò, il frutto di un progetto genetico più semplice del riso. Allora c’è da chiedersi cosa fa il riso di complesso? La risposta è che se noi i problemi tendiamo a evitarli con la fuga, il riso deve risolve tutti i problemi che gli possono capitare. Pertanto il riso ha dovuto memorizzare nel tempo tutte le strategie che sono state, via via, depositate nel genoma, divenendo il bagaglio di tutte le soluzioni ambientali.
Il Tarassaco ha sviluppato l’intelligenza del paracadute. Il frutto del tarassaco è provvisto di ciuffi bianchi che agendo come paracadute si disperdono nell’aria andando a depositarsi come semi il più lontano possibile dalla piante madre. Questo meccanismo ne garantisce la copiosa riproduzione.
La bochilla trifogliata, pianta rampicante, arrampicandosi sull’albero ospitante, imita la forma delle sue foglie cambiando la forma delle proprie.
Singolare come alcune piante trovino nel gioco forme di adattamento: i piccoli di girasole giocano per riconoscersi.
Le piante dunque imparano. Imparare è altra condizione di cognizione e se c’è apprendimento c’è memorizzazione. La memoria è prerequisito di ogni apprendimento.
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CURIOSITA’ STORICA E’ possibile dimostrare che le piante apprendono e quindi possono memorizzare? Lamark prese una piantina di mimosa pudica e chiese a un suo collaboratore di portarle in giro in carrozza a Parigi annotando i comportamenti delle piante. Durante il tragitto al sobbalzare della carrozza, le foglie all’inizio del tragitto si chiudevano, per poi osservare che ad un certo punto, tornavano ad aprirsi senza richiudersi nuovamente. Le piante avevano appreso di non trovarsi in situazioni di pericolo, discriminando le risposte. |
Le piante inoltre possiedono capacità manipolativa e finalizzata: ad esempio, quando hanno bisogno di portare il polline o i semi in giro, le piante utilizzano gli animali; alcune volte il trasporto del polline può anche diventare uno scambio alla pari: tu, animale, porti il polline e io pianta ti ripago con il nettare.
Un altro esempio ci viene dalle piante di citrus o di caffè caratterizzate dalla produzione della caffeina nel nettare. La caffeina è una molecola neuroattiva cioè attiva nell’impollinatore la memoria. Se l’insetto porta molto polline, il fiore produce molto nettare con caffeina, se l’insetto porta poco polline la pianta ritira la produzione di nettare. La pianta quindi sceglie quale insetto vuole che torni da lei e quale insetto no.
Si è visto che le piante sono anche in grado di comunicare. Hanno persino dei dialetti, coma la salvia. Come noi impieghiamo suoni e segni per comunicare le piante hanno un loro alfabeto: le molecole chimiche.
Le piante sono le più grandi maestre di chimica: producono molecole diverse, le emettono nell’atmosfera e nel mescolarsi, le molecole, portano nell’ambiente messaggi di aiuto, di pericolo, di avvertimento, messaggi sulle caratteristiche dell’ambiente circostante. Piante distanti tra loro km si avvertono per prepararsi in anticipo di un pericolo imminente.
Le piante comunicano anche con gli animali, utilizzando i colori.
Henry David Thoureau, che oggi potremmo definire protoecologista, decise di vivere immerso nella natura senza ausili della modernità per due anni e grazie a questa esperienza immersiva scrisse incredibili intuizioni sulle piante, in particolare sull’acero.
L’acero, è l’albero che, tingendosi di rosso prima degli altri alberi, diventa espressione di supremazia. Ma perché si tinge di rosso? La spiegazione classica parla di riassorbimento della clorofilla prima della perdita delle foglie. La questione da comprendere è perché l’acero cambia colore prima delle altre piante visto che le piante sono estremamente parsimoniose di energia. Thoureau comprese che la pigmentazione non era un messaggio per le altre piante, ma per gli animali.
Questa colorazione autunnale viene definita segnale onesto: gli aceri, che sono le piante più attaccate dagli afidi, colorandosi inviano loro un segnale per dire “ non venire da me, scegli un albero meno colorato, più energico”. Da qui la supremazia dell’acero. Per sopravvivere si distingue depistando i suoi predatori.
L’aspetto più sorprendete che riguarda la vita delle piante è come si organizzano a livello sociale: esse hanno ben compreso che sopravvivono solo se si aiutano; hanno capito che non conviene avere dei conflitti con le piante vicine.
In una foresta, un ceppo tagliato non è più un albero, e sarebbe costretto a morire perché mancandogli le foglie non può sintetizzare, eppure, sopravvive. Sopravvive perchè viene mantenuto in vita dalle altre piante che gli forniscono acqua e nutrimento.
Le piante si costituiscono così come comunità di pratiche vegetale, come modello di comunità felice, ad altissima specializzazione, in cui ognuno è dedito alla felicità degli altri tendendo a un Io-siamo come unità del vivente. Non ci si salva da soli dunque. Io sono in quanto parte della totalità, ciò che accade a me si riversa sulla comunità. Questo è il modo in cui le piante percepisco e si comportano.
Le piante così realizzano quell’ideale che l’uomo ha sempre avuto, di creare comunità giuste, ove ciascuno da secondo le proprie possibilità e bisogni, e che ha perso.
Noi uomini per mettere in piedi comunità abbiamo creato dei drammi, lo facciamo attraverso l’imposizione del volere e del potere. Questo non accade nelle piante, nelle loro comunità che potremmo definire etiche si risponde al principio dell’evoluzione.
Se i gruppi degli animali, in particolare dei mammiferi, funzionano secondo un modello gerarchico piramidale, le piante sono organizzate in modo opposto, seguono un modello reticolare.
Il mondo animale accentra il potere e il controllo sul leader: certamente è un sistema più rapido ma più fragile in caso il leader venga meno.
Nel mondo vegetale, il modello reticolare corrisponde alla decentralizzazione, alla delega delle “decisioni” tale che il mondo vegetale risulta maggiormente resiliente e vitale in termini di sopravvivenza rispetto a quello animale, sviluppando competenze, a livello trasversale, secondo un modello di soccorso reciproco. Torna l’ esempio del ceppo.
Oltre a darsi un’organizzazione sociale esse strutturano vere e proprie relazioni sociali proprio come noi esseri umani, organizzandosi in gruppi: le piante più anziane dello stesso gruppo si prendono cura delle piante più giovani, fornendo loro nutrimento affinchè possano arrivare con la crescita alla luce. Ciò che guida l’evoluzione è la sopravvivenza della specie, intesa non come espressione del principio del più forte, o del migliore. Viene premiata la forma di vita che si adatta di più.
Anche Darwin su queste fu frainteso, e fu frainteso proprio dai suoi stessi e più vicini collaboratori tra cui Thomas Henry Huxley, biologo evoluzionista che fece una lettura dei testi di Darwin eccessivamente ortodossa.
Questo passaggio dal più forte al più adatto fa una straordinaria differenza.
Facciamo l’esempio della falena delle betulle dalla corteccia bianca. Anche la falena delle betulle è bianca, dunque mimetizzandosi sulla corteccia, scampa ai suoi predatori. Ogni tanto casualmente per mutazione appare una farfalla nera; essa viene vista e predata dagli uccelli, impedendo che possa trasmettere questo carattere scuro. Questo è successo fino alla rivoluzione industriale, momento in cui con la produzione di carbone tutta la Gran Bretagna venne ricoperta di fuliggtine. Anche le betulle lo divennero. Così le falene si ritrovarono esposte ai predatori. E questo fu un fenomeno inaspettato per le falene. Le poche farfalle nere si mimetizzarono, sopravvissero e si riprodussero fino al 1970.
Nel 1970 il governo decise di stoppare la produzione di carbone per abbattere l’inquinamento. Questo fece ritornare bianche le betulle e le falene bianche ritrovarono il loro riparo.
Il più forte dunque non è né il bianco né il nero.
Senza alcun tipo di misura la natura ci dice che per sopravvivere bisogna portare avanti tutti i membri indistintamente, perchè non sappiamo ciò che il futuro ci propone e quindi ogni variabilità della specie è una forma di adattamento e diventa una parte delle possibilità evoluzioniste.
L’imprevedibilità è un’idea rivoluzionaria che rilancia aperture di conoscenza sul futuro. Se le piante si preparano per ciò che non è mai accaduto prima, noi umani ci proiettiamo e cerchiamo di anticipare i fenomeni futuri a partire dal sistema di conoscenze pregresse.
Bisogna superare l’idea di specie e entrare nell’ottica di comunità. Maggiore è la diversità, maggiore è la possibilità quindi di sopravvivere. Tutti gli esseri viventi che sono nati, fanno parte della natura e ogni elemento ha la sua valenza. Per questo gli alberi portano avanti i ceppi. Il ceppo è un mezzo albero. Da qui l’idea che essere il migliore è un’assurdità evoluzionistica.
La storia non si ripete, pertanto ogni volta è diversa, i fattori cambiano e non sono prevedibili.
Tutto questo si lega al riscaldamento globale come problema più grande nella storia dell’uomo
Quindi come possiamo fare a sapere che ambiente ci aspetterà?
Ebbene il 15 febbraio 2021 rappresenta uno spartiacque per questo pianeta, per questa vita, in quanto si è arrivati a constatare che ci sono più materiali sintetici prodotti dall’uomo che vita. C’è più cemento che piante, c’è piu’ plastica che animali. Abbiamo tagliato 2 mila miliardi di alberi. Il che significa che è venuto meno un gran contributo di trasformazione di anidride carbonica così come di tutte le forme di vita che tra gli alberi esistevano.
Ciò che sappiamo è che senza le piante gli esseri umani e gli animali non vivono. Gli alberi riescono ad abbassare le temperature non solo con l’ombra ma anche con la traspirazione, in quanto processo endotermico. Un pioppo di 20 metri è in grado di traspirare 10 mc di acqua, ha una potenza traspirativa enorme. Le piante migliorano il ciclo delle acque.
Non esiste un singolo evento che abbia maggiore effetto sulla nostra salute che piantare alberi.
Il Canada ha piantato 10 alberi per quartiere per cercare di migliorare la salute dei suoi abitanti e diminuire la forbice sociale tra ricchi e poveri a causa dei costi elevati delle cure mediche.
Negli Stati Uniti c’è stata una malattia dell’olmo, a causa della quale sono morti decine di milioni di alberi. Facendo studi epidemiologici sulla salute delle persone, hanno correlato la morte di 20.000 persone alla morte degli olmi, in assenza di altre variabili. I disturbi psichici, i suicidi, i crimini contro la persona aumentano in contesti deprivati dalle piante.
Se oggi siamo tutti contemporaneamente vivi è perché la vita va avanti e il motore fondamentale è l’evoluzione che non va vista come una scala su cui una certa specie sale, ma come un albero in cui tutte le specie rappresentano l’apice vegetativo di ogni rametto. Ciascun essere vivente ha dunque pari evoluzione. La vita è un allargamento di comunità da preservare. L’uso saggio e finalizzato delle piante potrebbe aiutare l’uomo moltissimo nei prossimi decenni, da qui l’importanza di divulgare questi contenuti per cercare di passare dal dominare la natura a essere natura.
Albero. “L’esplosione lentissima di un seme.” – B. Munari
Om, dott.Carla Severini
Bibliografia
Mancuso S., La tribù degli alberi, Einaudi 2022
Mancuso S. La versione degli alberi, Einaudi, 2024
